9 Marzo
Digitale terrestre, pluralismo di idee,
concorrenza televisiva, quote di mercato pubblicitario. Negli ultimi tempi il
sistema radiotelevisivo italiano e quello spagnolo si sono trovati a
confrontarsi sugli stessi argomenti. E forse mai come questa volta, proprio
grazie all’impietoso parallelismo, la vistosa anomalia che impesta l‘etere
italiano è apparsa in tutta la sua gravità.
All’inizio della scorsa settimana il Governo Zapatero ha approvato un progetto
di riforma del sistema dei media spagnoli. La parola d’ordine era e rimane
“maggior pluralismo”, la stessa che da anni sentiamo ripetere da Maurizio
Gasparri. I provvedimenti presi da Madrid, però, non potrebbero essere più
lontani da quelli contenuti nella riforma che porta il nome del nostro ministro
delle Comunicazioni. La nuova dottrina Zapatero, infatti, sembra nascere da un
riflesso di autodifesa. Il Governo tende a rivalutare la propria identità
nazionale e vuole reagire ad un processo di pericolosa modernizzazione coatta
dal punto di vista comunicativo. In parole povere Zapatero ha deciso di
difendersi dalla “Telebasura”, il peggio del trash televisivo. Un prodotto che
abbonda in Spagna come in Italia, ma che anche nel Paese iberico molto spesso
porta l’etichetta del “made in Italy”. Il mercato televisivo spagnolo è infatti
bloccato da anni. La televisione pubblica TVE è sull’orlo del fallimento, con un
debito accumulato di 7,5 miliardi di euro, mentre il settore privato è dominato
dai due gruppi (Telecinco e Antena 3), entrambi guidati da cordate estere, e
nella fattispecie italiane. Rispettivamente si tratta di Mediaset per Telecinco
e del gruppo De Agostini, nella persona di Maurizio Carlotti (ex Amministratore
delegato di Fininvest) per Antena 3. I due gruppi, in pochi anni, hanno
surclassato i canali pubblici grazie ad ascolti in crescita, che hanno
inevitabilmente portato a sempre maggiori introiti pubblicitari. Una situazione
a dir poco pericolosa, soprattutto perché le due cordate italiane non offrono
certo alla Spagna il meglio della nostra cultura.
La reazione di Madrid è stata dunque quella di rovesciare il “teorema Gasparri”:
più abbondanza di contenuti e più dinamismo degli apparati sono la conseguenza e
non la causa del governo del sistema da parte dell’interesse pubblico. In parole
povere, la riforma proposta da Zapatero punta ad una combinazione di maggioranze
qualificate in grado di sottrarre la Tv alle cupidigie di qualsiasi esecutivo,
ad una maggiore qualità dei linguaggi ma anche ad una maggiore competitività del
prodotto nazionale in vista della transizione al digitale. E’ un’impostazione da
“sistema paese” che accosta il riassetto di TVE (due canali in chiaro e
accelerazione del processo di digitalizzazione) con la riorganizzazione di EFE,
l’agenzia nazionale d’informazione spagnola. Insomma, siamo di fronte a qualcosa
che ha veramente l’aspetto di una legge sulla Tv degna di uno Stato moderno. In
cui obiettivi e mezzi sono trasparenti e funzionali e, soprattutto, in cui
l’equilibrio fra pluralismo e modernità non è semplicemente uno slogan
elettorale.
Ma veniamo all’Italia. Giovedì 3 marzo si è assistito al canto del cigno dell’Authority
per le comunicazioni targata Enzo Cheli. A pochi giorni dalla fine del suo
mandato, dopo sette anni in cui è riuscita a risolvere poco o niente, l’Autorità
ha concluso il “processo-istruttoria” contro Rai, Mediaset e Publitalia
(concessionaria pubblicitaria del gruppo Berlusconi). Le tre aziende sono state
dichiarate colpevoli di fagocitare la quasi totalità delle risorse pubblicitarie
dell’editoria italiana e quindi di essere un insormontabile ostacolo al
pluralismo delle idee. Rai e Mediaset - così è stato deciso - dovranno dunque
spingere sul digitale terrestre per moltiplicare i canali e assegnare il 40%
delle nuove reti disponibili ad editori indipendenti. La Rai, inoltre, sarà
costretta a creare una rete in digitale terrestre di largo ascolto e libera da
spot, mentre Mediaset dovrà ridurre la pubblicità sui nuovi canali e raccogliere
spot per i canali via etere e per quelli digitali con forze e società separate.
Fin qui tutto bene. Il problema è che l’Authority morente lascia il compito
dell’attuazione e del monitoraggio di questo nuovo corso al Governo. L’Esecutivo
Berlusconi, però, ha già legiferato in materia nel 2004: fa fede il famigerato
ed insoddisfacente testo della Legge Gasparri. Cheli, in realtà, aveva per legge
tutti i mezzi per correggere la rotta. Ma non lo ha fatto. Ha preferito chiudere
la sua timida esperienza di garante come l’ha vissuta per l’intera durata del
suo mandato, scaricando la patata bollente nelle mani del Governo. Tutto lascia
dunque prevedere che molto probabilmente le cose resteranno come sono. Ma c’è di
più: il 10 marzo scade il mandato dell’Authority, ed ancora non si è trovato un
accordo sulla successione. Si rischia perciò di affrontare il periodo di par
condicio per le prossime elezioni regionali in stato di vacatio, senza alcun
tipo di controllo.
Insomma, la differenza tra Italia e Spagna è tutta qui: il sistema italiano è
gravemente malato ma in pochi si apprestano a soccorrerlo, quello spagnolo
invece, nel bene o nel male, sembra aver trovato un salvatore. Il premier
socialista Zapatero aveva annunciato di voler ridisegnare le regole ed il
panorama dei media. Lo sta facendo. In Italia la faccenda appare un po’ più
complicata…
[fonte: rassegna.it]