3 Marzo
Che potesse diventare l’ipotesi praticabile all’interno di un probabile scenario italiano era, indubbiamente, una valutazione alla portata dei migliori addetti ai lavori. Chi desiderava trovare elementi tranquillizzanti, poteva effettivamente fare riferimento alla storia recente vissuta dal settore. Lo stesso gruppo Mediaset, che ha da anni la supremazia nel settore della tv commerciale terrestre, aveva negli scorsi anni sempre tenuto alla larga ogni ipotesi di commistione nel business della tv pay. E’ stato così anche recentemente, quando cioè si è affacciata sul panorama televisivo italiano l’ipotesi di un soggetto forte come Rupert Murdoch, autentico tycoon nel business dei media e, in particolare, nel settore della pay-tv. I suoi “fidanzamenti” con la famiglia Berlusconi non avevano mai dato adito alle reale possibilità di un accordo. Il clan Murdoch e quello dei Berlusconi, al più, si rispettavano. Mantenendosi ognuno fuori dal "core business" dell’altro. Tanto che quando l’arrivo di Murdoch divenne cosa praticamente fatta tra Stream e Telepiù, la famiglia Berlusconi aveva essenzialmente badato a garantirsi una non belligeranza sul fronte della tv commerciale tradizionale, facendo sì che il commissario Monti obbligasse il magnate australiano a rispettare una serie di paletti: tra questi, la cessione delle frequenze analogiche della ex Telepiù, cosa poi pilotata addirittura attraverso l’amico di famiglia Tarek Ben Ammar.
Sembravano solo queste le preoccupazioni imminenti in quel di Cologno Monzese. Scettici della riuscita dell’operazione italiana del gruppo Sky, che avrebbe dovuto mettere insieme i cocci di due aziende praticamente al collasso finanziario come TelePiù/D+ e StreamTv, e per di più stressate dal problema della pirateria, i membri del clan Berlusconi apparivano più preoccupati a salvare il salvabile. Come Rete4. L’arrivo della sofferta Gasparri, al primo assist respinta da Ciampi di nuovo verso le camere, aveva probabilmente rassicurato tutti. E sì, perchè il risultato era davanti agli occhi di tutti. Rete4 finalmente salva, le azioni del gruppo in forte rialzo sui mercati finanziari. Perché preoccuparsi e vedere nero dove ancora non si vedeva nulla?
Con i mesi successivi arrivarono però in ordine sparso i primi segnali. Chi, ad esempio, aveva esperienza di contenuti, iniziò allora anche ad immaginare un possibile valore strategico per quell’acquisto di Terek Ben Ammar. Non una semplice puntatina sulla roulette del mercato dei media europeo, vada come vada. La sua SportItalia cominciava a delinearsi alla stregua di un calcio nel ventre basso proprio per SkyItalia, pay-tv fortemente caratterizzata da un' offerta editoriale per gran parte centrata sulla leva dello sport, delle grandi sfide, leve che in gergo si definiscono di tipologia "premium". Quello trattato da SportItalia era si afferente ai cosiddetti “sport minori”, ma era offerto …gratuitamente. Come se non bastasse, era ricevibile anche sul bouquet della neonata tv digitale terrestre, con la non indifferente funzione di arricchirne e impreziosirne l’offerta complessiva. Un assist importante per quel primo bouquet, altrimenti alquanto carente. Senza considerare che acendendo le attenzioni verso il digitale terrestre, contribuiva a distogliere l'interesse degli sportivi dal satellite, prima di allora unica fonte di approvigionamento per gli eventi sportivi di qualsiasi genere.
Nello stesso tempo, qualcuno che si intendeva
di contrattualistica iniziò a rivalutare la normativa sotto nuova luce. Ad
intravedere qualcosa di più tra i paletti posti dal commissario Monti per
garantire un pluralismo di accesso alle library dei contenuti, il
pane quotidiano per chi fa televisione. Le norme, anzi, preludevano ad una
liberalizzazione del mercato dei contenuti sportivi, creando di fatto un
secondo fronte. Ecco allora che un paletto messo apparentemente lì a tutela
della concorrenza, contro il possibile strapotere del magnate ammazzamercato,
ora poteva essere abilmente sfruttato come strumento offensivo. Ed è proprio
così che, guarda caso, è puntualmente andata a finire. Arrivarono infatti i
giorni in cui Mediaset, velocissima, perfezionò gli accordi per la
trasmissione in digitale terrestre delle partite dei migliori club della
serie A. Bastava attendre il girone di ritorno 2004-2005. Ed ecco delineato
il cambiamento di scenario, cambiamento che prese alla sprovvista anche la
Rai, che per bocca di Cattaneo, non volle - almeno nelle intenzioni - essere
da meno. Per il biscione sono già i giorni del cambio di formazione, il cui
modulo passa repentinamente da difensivo ad offensivo. Dietro queste scelte
c'era un mercato pubblicitario che complessivamente arrancava, la
conseguente possibile erosione delle entrate pubblicitarie, rischio che
Pubblitalia non voleva davvero correre ma che andava crescendo di pari passo
con l'affermarsi della raccolta pubbliciatria della concessionaria interna
di Sky, che aveva brillantemente sostituito il gruppo Cairo e Publikompass
nella raccolta. Un cambio di formazione, per il biscione, che ha certamente
potuto contare su sponsor granitici oltre che estremamente influenti. Tra
tutti, non possiamo non citare nuovamente il Ministero delle Comunicazioni
Maurizio Gasparri, ieri alfiere della pluralità dei contenuti (... serviva
per Rete4), oggi di fatto supporter dei destini di bilancio del gruppo.
Tanto che l’azione di domenica scorsa, quella che promuoveva l’acquisto di
decoder DTT con tanto di apposito volantinaggio davanti ad alcuni stadi,
circostanza incredibile ma davvero accaduta nel Friuli, sarà senza ombra di
dubbio tra quelle presto impugnate dall'ufficio legale di Sky. Una cosa non
del tutto nuova per un'azienda che già ha presentato esposti in ambito
europeo contro la promozione e l’incentivo all’acquisto dei decoder “salva
Rete
[fonte: margheritaincampidoglio.it]