20 Giugno
Sentite il lontano rombo della tempesta in
arrivo? No? Forse perché non lavorate né in un’emittente televisiva né in
un’agenzia di pubblicità e nemmeno in tutta quella serie di aziende, studi
professionali eccetera che vivono sulla e degli spot. Oppure perché in questo
momento la tempesta si sta addensando soprattutto in America e in Inghilterra, e
l’America, come cantava quel tale, “è lontana, dall’altra parte della luna”.
Epperò le tempeste viaggiano veloci e forse qualche dato “meteorologico” sarà
utile a capire lo stato del clima televisivo. Negli Stati Uniti l’audience
televisiva è calata del 2 per cento composito l’anno negli ultimi dieci anni,
mentre la popolazione nello stesso periodo è cresciuta di 30 milioni di
individui; sempre negli USA, il costo a dollari costanti per raggiungere 1000
famiglie durante il prime time è cresciuto da 7,64 a 19, 85 dollari; il 5 per
cento delle famiglie americane possiede un registratore video digitale (DVR),
come il famoso TiVo, e il 70 per cento dei possessori lo usa per eliminare
sistematicamente e automaticamente gli spot dalle trasmissioni registrate; nel
2010 la percentuale delle famiglie con un DVR salirà al 40 per cento.
Sentite il brontolio? Non ancora? Allora considerate che per la più recente
campagna Procter & Gamble (un “big spender” televisivo se ce ne è uno) il budget
USA è stato allocato al 75 per cento fuori dalla TV. Prima di pensare “ma qui
non può accadere” considerate questa progressione “nelle cose”. L’arrivo delle
televisioni digitali avrà due effetti: aumenterà il numero di contenuti (canali
è un termine che potrebbe diventare obsoleto) ma soprattutto cambierà la
modalità di fruizione dei contenuti stessi. In America si parla già di “time
shifting” e di “space shifting”, ossia di spostamento temporale e spaziale
dell’esperienza televisiva. La chiave è sia l’utilizzo di “video” diversi dalla
solita televisione, per esempio apparecchiature come gli smartphone con
ricezione del digitale terrestre mobile (DVB-H), ma soprattutto il fatto che uno
stream video digitale è facilmente manipolabile, registrabile, assemblabile de
disassemblabile a parte dello spettatore. E visoinabile con tutta comodità
quando lo spettatore lo decide. Già negli Stati Uniti le grandi audience si
raccolgono ormai solo per eventi in diretta in cui il fatto di essere visti nel
momento in cui avvengono fa effettivamente premio, ma sono pochissimi: il Super
Bowl, la notte elettorale, forse quella degli Oscar, l’NBA, poco altro. Nemmeno
i reality show reggono il confronto, tant’è che ormai sono pieni non di spot ma
di promozioni di prodotto.
Il DVR è l’arma assoluta di questa corsa al palinsesto personale e visto l’uso
che ne fanno gli spettatori (eliminazione degli spot), le conseguenze sul
mercato pubblicitario sono facilmente prevedibili. Sempre negli USA il numero di
spot sulle TV commerciali sta scendendo dal 2003. In termini tecnici, il
concetto di “prime time” svanisce per lasciare il posto ad altre idee ancora
vaghe, come il “my time” o forse il “window time”, ossia il momento in cui lo
spettatore è disposto a dare ascolto a un commercial, a una promozione, a
qualcosa che la TV può vendere a un’azienda. Ammesso che sia possibile
convincere lo spettatore a non cancellarla. Un’altra soluzione potrebbe essere
quella di cercare di trasformare il maggior numero possibile di
programmi/contenuti in eventi “live” la cui essenza non può essere goduta “in
differita”. Il modo di solito scelto è quello dell’interattività, cercare di
coinvolgere gli spettatori in quello che succede. Qualcuno sta facendo soldi a
palate già ora. L’inglese ITV ha portato il suo fatturato da 9 a 30 milioni di
sterline in un anno solo facendo pagare agli spettatori di alcuni reality il
fatto di votare i concorrenti via SMS. Soldi a palate per un’azienda ma una
goccia nel mare del mercato pubblicitario TV: è chiaro che se l’interattività
deve sostituire gli spot come fonte di finanziamento per le TV, bisognerà
inventare qualcosa di più sostanzioso. Business models basati sulla possibilità
di comprare via TV interattiva i prodotti visti in uno spot sono a prima vista
promettenti ma poi mostrano la corda. E il DVR incombe comunque.
Forse il modello giusto è quello di lasciare declinare gli spot e puntare su
cose completamente extra-TV. TF1, la principale TV privata francese, già oggi
genera più del 50 per cento di ricavi da fonti diverse dalla pubblicità: dal
merchandising alla vendita di contenuti. Oppure, disinvestire dalle televisioni
“classiche” quando il loro valore azionario è ancora ai massimi…. E magari
investire da qualche altra parte con i soldi ricavati.
Michel Kubler, vice-president del business development di TF1, è uno degli
artefici della diversificazione e parlerà la mattina dell’8 giugno nel corso
della seconda giornata del convegno internazionale “Le Televisioni Digitali” in
programma alla Casa dell’Energia in Piazza Po 3, un evento della Settimana della
Banda Larga. Per visionare il programma dettagliato, registrarsi gratuitamente
ed iscriversi ai seminari di interesse, è sempre possibile usufruire del sito
fonte:portel.it